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Uno scorcio tra i pensieri

Giorni come questi desidero tanto spesso non averli più, mi illudo sia possibile essere sempre felice, prendere in giro me stessa è il mio talento più grande

Mi soffermo a osservare questa foto fatta ieri, tre amiche costrette a scherzare e ridere in macchina, ma noi va bene così, l’adattamento è ciò che più è rimasto dentro in quest’anno appena passato e a noi va bene così. Il finestrino è sintomo di un gelo fuori ma a me questo freddo non fa paura, anzi! correre più veloce mi fa sentire viva, andare contro il freddo mi fa venire il batticuore in quest’apatia che ormai è parte di me. Una domenica mattina violenta che mi ha messo di fronte a tante piccole verità che cerco di nascondere, tante paure che mi immobilizzano più di come fa quest’inverno e mi domando: perché non sono coraggiosa? perché il salto nel vuoto mi fa così paura? La paura di fallire che mi porta paradossalmente proprio a questo, a non mettermi in gioco, ad accontentarmi della versione di me che meno mi rappresenta. In una domenica mattina, ti svegli tardi e ti accorgi che il tempo non è quello reale ma quello che coltivi ogni giorno, dove due ore vissute secondo per secondo valgono più di giorni buttati all’aria. Perché ho così paura di vivere l’attimo preferendo non vivere? Troppe domande senza risposta, i pensieri intrusivi che non mi lasciano e non so controllare.

Il controllo, ah il mio caro amico! ma perché continuo a fidarmi di lui? so che non vuole il mio meglio ma continuo a stargli accanto, a parlarci e promettergli che non mi allontanerò mai da lui. Sono brava a voltare le spalle ma perché con lui è così difficile? Mi ricordo ancora il giorno che ci siamo incontrati: solare, espansivo e sorridente mentre io ero lì all’angolino a piangere-io odio versare una sola lacrima anche per uno stupido film d’amore quindi potete immaginare-si è avvicinato, mi ha teso la mano e mi ha chiesto cordialmente con il suo sorriso splendido di fidarmi di lui che sarebbe andato tutto bene. Mi sono fidata e adesso sono vittima del suo braccia forti che non vogliono lasciarmi andare. Anche se, in realtà, spesso mi domando se senza di lui sarei davvero la stessa persona che sono ora. Insomma, sarei davvero felice?

Ti ritrovi in una domenica mattina, Davanti a quello specchio Dove mostri le tue fragilità Dove mostri il tuo corpo che Odi troppo spesso Ami troppo poco Davanti uno specchio dove Troppe volte hai nascosto un sorriso Perché ti ripetevi che non era niente di che
Ma cos’è la bellezza? Se non ogni piccola debolezza Se non un corpo che vive Se non un’anima come la tua


Una domenica mattina Ti specchi e Ritrovi la bellezza nascosta In ogni insicurezza In chi ti tende una mano Perché è bello fidarsi di chi Ti ripete che Nonostante tutto

“Andrà tutto bene”

Margherita

C’era una volta una volta una bambina dai capelli corvini, dal corpo gracile, un sorriso da latte come ogni bambino. C’era una volta una bambina che amava contare; uno, due, tre…non amava contare fino all’impossibile ma solo fino ai primi quattro numeri, la tranquillizzavano, riuscivano a farla smettere di avere pensieri nella sua piccola testa che era solita ad associare al colore nero. Durante le visite con il dottore barbuto come lo chiamava lei, era solita a fare lo stesso disegno ovvero i quattro numeri colorati con lo stesso colore, il nero. Margherita era conosciuta come la bambina solare, con la famiglia felice composta solo da brave persone. Margherita era la bambina solare con un migliore amico definito bizzarro con tanti capelli ricci; conobbe Filippo a soli sei anni e da lì il loro rapporto si rafforzò ogni giorno di più. In Paese la loro amicizia era vista di buon occhio, senza malizia e spesso erano causa anche di invidia da parte di ragazzini meno fortunati caduti sotto le grinfie di gruppi popolari che avevano come interesse solo apparire piuttosto che essere.  Ma come è quel detto? Non è oro tutto ciò che luccica! Era cosi anche per questi due ragazzi cresciuti insieme. Margherita come una buon amica che si rispetti aveva imparato ad accettare anche i difetti del suo amico riccio ma spesso non si rendeva conto di passare sopra ad atteggiamenti che non erano per il suo bene come venivano definiti dal ragazzo; fin dalla tenera età Filippo non si risparmiava a giudicare le scelte della sua cara amica che le riteneva sempre sbagliate, sciocche, pericolose. Pericolose era questa la sensazione che Margherita provava in continuazione. Si sentiva spesso in pericolo di aver recato danno agli altri, a se stessa o semplicemente alla sua comfort zone.

Uno, due, tre, quattro…contava per non ascoltare le parole taglienti di chi doveva confortarla.

“Perché non mi lasci in pace? Tanto sai solo dirmi parole brutte?” ripeteva spesso la bambina piangendo ma il suo amico non provava pena, credeva di essere nella ragione, lui aveva sempre ragione. Margherita crollava piangendo tra le braccia di sua madre per cercare un po’ di pace da quelle parole del suo migliore amico. “Filippo mi vuole proteggere, lui è il mio amichetto del cuore” ripeteva sempre ai suoi genitori premurosi con la loro unica figlia ancora troppo piccola per comprendere che non sempre ciò che viene detto da chi ci vuole bene è la cosa più giusta da seguire. Margherita era una bambina che amava contare: 1,2,3,4….nella sua testa ripeteva i numeri come se fossero una poesia da dover ripetere in classe, come la lista della spesa per non dimenticarsi l’ingrediente fondamentale per una torta.  Margherita oggi ha sedici anni, nella piena adolescenza, la scoperta di se è il punto focale del capitolo del libro della sua vita e i rapporti sociali sono i protagonisti di questa storia. I suoi capelli corvini e il suo essere solare sono le caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre sue quattro amiche conosciute in primo liceo e con cui ha instaurato un legame forte. Forse vi starete chiedendo: ma Filippo? Il piccolo bastardo è ancora nella vita della nostra, non più tanto piccola, amica Margherita che con il suo gran cuore accoglie ogni sconosciuto bisognoso d’attenzione.

Il bambino con i bei ricci adesso è il ragazzo sempre più presente nella vita della giovane che non aveva mai smesso di essere il suo confidente, il suo punto di riferimento, il suo grillo parlante. Ebbene si, l’abitudine di tenere a freno la lingua biforcuta non era una caratteristica del giovane che non faceva altro di usare il linguaggio per insidiare ansie nella ragazza dai capelli corvini.                                                      

“In ogni decisione, in ogni dubbio, io sono te, tu sei me e devi pensare solo a ciò che farei io e vedrai che non prenderai mai decisione sbagliata.” Questa frase era solito ripetere il ragazzo mentre accarezzava dolcemente i capelli della sua amica, l’unica persona importante per lui. Non si conosce molto della vita del giovane; delle sue passioni, del suo passato, del suo presente e di come vive le sue giornate se non dell’affetto che prova verso la sua amica. Un rapporto nato da un gioco del destino, di carte prese dal mazzo, da un lancio di dadi da una vita che non ti fa scegliere nulla dall’inizio ma solo durante la corsa. Margherita, la bambina solare adesso era la ragazza in disparte che giorno dopo giorno si allontanava sempre più dalla realtà per vivere con il suo amico.

“Ti prometto che se verrai con me, se passerai sempre più tempo con me non prenderai mai più scelte sbagliate, farai tutto giusto, ci sarà un per sempre felici e contenti ma con me, chiaro?”

1,2,3,4….fidati, calma, fidati, calma.

Le lacrime continuavano a scendere sul suo vivo delicato mentre stringeva le mani di chi le aveva promesso una felicità utopistica per un mondo troppo reale da non affrontare, da non vivere ma Margherita aveva smesso di fidarsi di lei per donarsi totalmente a un rapporto che non le dava fiducia, non le dava speranza ma che la faceva sentire una peccatrice, una stronza, un verme. Margherita piangeva, contava, urlava in silenzio nella sua testa stretta fra le braccia da chi le prometteva di proteggerla ma che in realtà non faceva altro che distruggerla ogni giorno di più. Margherita ogni giorno di più veniva consumata dai sensi di colpa che le addossava il suo dolce amico: colpa di scegliere, colpa di sbagliare, colpa di fallire e colpa di essere felice. La ragazza dai capelli corvini, cupa, con il viso stanco, si chiedeva spesso il motivo che la spingesse a vivere quel rapporto, quel macigno nel petto che spingeva così forte da consumare tutto il suo gracile corpo fino a trasformarlo in polvere.

“Non piangere. Marghe, perché piangi? Ti senti in colpa per aver seguito la tua strada? Il tuo istinto? Beh, hai sbagliato. Ma ora fidati di ciò che ti dico di fare e vivrai felice e contenta.”

1,2,3,4….Filippo lasciami stare, respira, calma, ti prego Filippo allontanati che non riesco a dirtelo, non riesco a farti sparire dalla mia vita.

Margherita era una bambina solare, Margherita era una ragazza gentile, disponibile con tutti ma Margherita era anche Filippo, due mondi paralleli che finirono per allinearsi in un unico globo. Doveva prendere una decisione o continuare a vivere insieme a lui o morire ma liberarsi del bambino riccio una volta per tutte e Margherita scelte la libertà.

“Vivrò felice e contenta ma lontana da te, non hai più controllo su di me perché non esisto più, non esistiamo più. Addio Filippo, Addio Margherita.”

Metro

Cari lettrici e lettori,

Tempo fa avevo espresso il desiderio di voler condividere con voi dei racconti frutto della mia troppa immaginazione, oggi per qualche minuto vi terrà compagnia il primo tra-spero-tanti piccoli strappi di sogni, vita, doppia me.

Metro

I suoi capelli pronti a ribellarsi come un qualunque giorno della sua monotona vita, il laccio tra le mani per cercare in tutti i modi possibili a rendersi un minimo apprezzabile per non andare a correre con il solito aspetto trasandato di chi ha poco tempo e voglia di regalarsi qualche secondo in più della propria giornata frenetica. Al ritorno dei suoi soliti sei km di corsa, scarsi per una qualsiasi persona atletica o sicuramente di più della trent’enne con i capelli biondi, un orologio incorporato dentro la sua testa e una vita incasinata di chi non fa in tempo a buttarsi sul divano per procrastinare che deve subito uscire per una seconda volta a prendere il suo adorato ma tanto dispettoso figlio. Arrivata alla stazione della metro si mise ad aspettare sulla banchina cercando di riscaldare le sue mani fredde di un gennaio poco gentile; persa nei suoi pensieri non si accorse subito di avere fisso lo sguardo su una donna che aspettava dietro la linea gialla e che voltandosi si accorse di non essere così sola come credeva. Ultimo paio di sneaker appena uscito e uno stile molto giovanile che tradiva il volto di chi in realtà ha già sulle spalle molti anni di gioie, dolori, avventure, amori. Si risvegliò dai suoi sogni per il rumore della metro. Casualmente, dopo essere entrata, si accorse di essere capitata seduta proprio vicina alla donna complice dei loro sguardi di qualche minuto prima e si lasciò inebriare dal profumo di vaniglia che trasportò la sua mente a…

Il solito noioso lunedì per la ragazza dalle tante lentiggini e da lunghi capelli biondi che si stava dirigendo verso la fermata della navetta per andare a scuola; il viaggio di andata fin da quando ne aveva memoria era sempre stato la sua parte preferita, per ogni viaggio ma quando andava a scuola ancor di più per via della sua popolarità che la rendeva speciale agli occhi dei molti. Come di routine appena salita sul mezzo si mise accanto alla sua amica, come da due anni a questa parte era seduta al suo solito posto ascoltando musica a tutto volume. Le due ragazze si conobbero in terzo liceo, ovviamente la bionda grazie al suo fascino causato da una bellezza insolita e una solarità contagiosa, era impossibile non notarla, soprattutto quando passava per i corridoi con tutto il suo gruppo, al contrario della sua amica che essendo timida e riservata le era difficile stringere amicizia. Infatti, se ne restava in disparte ad osservare i suoi compagni ridere e scherzare. Ma la sua difficoltà nel costruire rapporti era anche dovuta al trasferimento da una grande metropoli come Roma a un paesino sperduto nella Toscana, dove si ritrovò immersa in una realtà ricca di pregiudizi e di sguardi, addirittura si può dire maligni. Si trasferii in questo piccolo paesino per andare a vivere con la madre dopo la perdita’ di suo padre; veniva da tutti etichettata strana per il suo look insolito ma non solo, si ritrovò a subire discriminazioni per essere lesbica.      In una realtà così piccola è difficile accettare una persona apparentemente diversa, anche se la giovane era consapevole di non avere niente di diverso dai suoi coetanei. Soleil, la giovane popolare, al contrario di molti suoi amici che trovavano bizzarra Serena, la nuova, rimase colpita da quel modo di porsi, di gesticolare, di parlare o semplicemente di ragionare; perché sì, nonostante fosse cresciuta in una famiglia cattolica, contro ogni forma di amore, per lei ogni persona meritava rispetto e non vedeva differenze ma solo tante diverse forme di amore; proprio per questo spesso si ritrovò a essere l’unica ad andare contro amici, professori, bidelli o chiunque provasse solamente a bullizzare la nuova. Non aveva coltivato solo un senso di protezione nei suoi confronti nonostante non la conoscesse ma proprio le piaceva durante l’intervallo restare ad ammirare quella chioma rossa gironzolare con la schiena curva e le spalle basse per il corridoio. Fu proprio in uno di quei momenti che le venne voglia di andare da lei, conoscerla, scoprire i suoi interessi, passioni, il suo passato e tutto quello che aveva voglia di condividere con lei.

 Dopo quei giorni, passata ad osservarla, riuscii nel suo intento e le ragazze divennero inseparabili; il loro legame fin dall’inizio era sempre stato visto come qualcosa di più di una semplice amicizia: non si potevano biasimare, tra quelle ragazze, c’era quel qualcosa in più.  A loro non interessavano le voci o almeno per l’amica era sempre stato così ma andando avanti la bionda stava prendendo coscienza di quello che sentiva per la rossa. Iniziava a capirlo da quella sua voglia di perdersi nel suo sguardo, dalla gelosia che provava verso le diverse ragazze con cui usciva insieme e soprattutto dal non voler uscire più con nessun ragazzo. Ne aveva letti di libri sull’amore, davvero tanti e il suo sogno era sempre stato quello d’incontrare il ragazzo che le avrebbe rapito il cuore. Può sembrare banale ma per una ragazza di diciotto anni non lo è, si ha quella voglia matta di voler provare qualcosa quasi da stare male, quel qualcosa che ti fa sentire grande ma allo stesso tempo infinitamente piccolo e se non si riesce a provare così tanto, ci si sente inferiore a qualcosa, qualcuno o semplicemente alla grandezza del mondo che ci circonda, l’amore descritto nei suoi romanzi preferiti, dalle sue amiche, dai suoi genitori. Ma alla fine anche la nostra amica popolare riuscì a conoscere quello strano sentimento ma che si ritrovò alla fine a rifiutare a tutti costì. Quando cresci con un’idea distorta dell’amore, separarsi dalle radici diventa difficile, anche con tutta la volontà del mondo. Una delle ragioni che la portarono a maturare quella scelta fu la sicura non approvazione di un padre troppo chiuso nel suo ipocrita mondo che non avrebbe mai e poi mai aver potuto accettare una figlia lesbica, per la loro famiglia veniva prima lo status sociale e poi l’affetto e la felicità.                                                                    

 Una cosa nella vita ci teniamo vicino che non possiamo possedere ed è il tempo: se ne accorse tardi la nostra compagna di avventure, se ne accorse quando oramai il rapporto tra le due subì un brusco cambio di rotta; quando tiri troppo la corda prima o poi si spezza, quando due fili non sono più uniti non c’è rimedio che tenga. Due vite così unite che diventarono due rette parallele che non si incontrarono più fino a….

Un martedì senza ore

Il tempo è relativo,

Ripeto questa frase al mio interlocutore, la persona che si trova dietro uno schermo come me, solo e abbandonato in un periodo che ci costringe alla distanza nonostante mi abbia sempre messo un po’ in difficoltà il calore umano. Rifletto sul martedì, sul dopodomani ma soprattutto su cosa sia il tempo per una persona come me, che si dimentica troppo spesso di viverlo.

Avete presente il plank? l’esercizio fisico temuto da tanti? quante volte è stato ripetuto che un minuto di plank sembra infinito? il tempo è relativo, dato che ci vogliono dieci minuti per assaporare un frozen yogurt ma sembra sempre sia passato pochissimo. Il mio rapporto con esso è ancora più complesso; passo dall’odiarlo ad amarlo infinitamente, momenti che vivo attimo per attimo e altri che mi trasporto mentalmente in un “prima o poi” non considerando il fatto che quel “prima e poi” è il frutto del “qui e ora.”

Ci sono giorni che mi perdo tra le agende, gli impegni e la mia paura di far fuggire tutto dalla mia illusione di riuscire a controllare tutto. Ogni tanto sorrido pensando al bianco coniglio, il suo ripetere che è tardi correndo avanti e indietro, mi sento proprio così. Ci sono giorni che resto ferma sul mio letto, guardo il vuoto e penso che ho poco tempo quando nel mentre faccio tutto tranne che viverlo.

Non è il tempo a non esserci

E’ la mia mente a non voler essere disposto a esserci pronto per lui.

Tic tac,

Non smette di rimbombare nella mia testa questo suono

Che mi culla dolcemente

O mi terrorizza?

Una melodia che mi ricorda

La paura, l’ansia, l’odio

Sussurrami di non preoccuparmi

Rimproverami quando mi volto indietro

Urlami di aprire gli occhi

E invece mi lasci così sola

Tra un sorriso e una beffa

Mi pugnali allo stomaco

Mentre mi stringi con il tuo caldo braccio

Come posso odiarti se mi rendi così viva?

Come posso fingere che non esisti?

Riempi le mie giornate

Mi nutri di speranze

Uccidi i miei sentimenti

Annulli il mio amore

Per qualche sporco giochetto

Non ricordo chi sono

Per aver passato le mie giornate

A ripetermi che

Non ho più te che

Fuggi sempre dalle mie mani

Ma ricorderò di te

Quando imparerò che

Sei tu a volere me

E io non te

Tra riso e involtino

Ora siete voi al comando” inchiostro su carta bianca mi parla, un biscotto della fortuna che mi risveglia da questo stato di apatia verso tutto ciò che ho attorno.

Sono ben tre mesi dal mio ultimo articolo, dalla promessa fatta a me stessa e mai mantenuta; mi son ripetuta mille volte che era l’estate giusta per guardarmi indietro, non ripetere gli stessi errori, vivere il qui e ora e non proiettarmi nell’abisso di un futuro ignoto. Non tutto va sempre come dovrebbe; anche per questo che in una calda serata di fine agosto mi son finalmente decisa di guardarmi dentro, smetterla di evadere da me, uscire dalla mia comfort zone e tentare di prendere in mano la mia vita per il cento per cento. Statica, apatica e ansiosa: solo così posso definire il mio atteggiamento assunto per troppi anni persi dietro a questo mio modo di guardare il mondo. In apparenza sono la persona più tenace, iperattiva e cazzuta di questo mondo ma poi perdo tempo a fissare il soffitto, a lasciar che la giornata mi scorra davanti agli occhi e vivere dentro la mia testa. Credo in una fine che non esiste, nella centunesima possibilità e in un destino che ci costruiamo noi ogni giorno con la fatica di chi ha deciso finalmente di sudare. Ho incontrato il mio riflesso, mi ha sorriso timidamente, però mi ha anche rimproverata, mi ha detto di dover agire per non lasciare che questa mia costante passività prenda il controllo di quello che ho.

Cazzo quanto odio la passività! Essere passivi è uno dei più grandi mali che possiate fare a voi stessi, imparate da me! Io son l’essere più passivo sul pianeta terra; ho lasciato fluire il corso delle mie relazioni, sentire fin dentro le ossa quelle che sono le mie paure e prendersi gioco di me, farmi perdere occasioni, amici e far marcire delle passioni per paura di vivere, solo così posso definire quello che ho passato fino a ora. Ci pensate mai quanto è bello il presente? Assaporare un caffè senza pensare a cosa preparare per la cena, confidarsi con un amico e vedere i suoi occhi riempirsi di gioia per sentirsi speciale, coltivare la gentilezza con gli sconosciuti, amare senza paura, conoscere e informarsi. Io non voglio più essere passiva, sento il bisogno di essere Maria Sara ma in questo istante non nel momento precedente o in quello dopo.

Con questo piccolo articolo, oltre ad aprirmi a questi miei rari lettori- ma quando mi dicono che sono felice di leggermi, rendono piena di gioia anche me- volevo rendervi partecipi di questo mio piccolo nuovo “progetto” ovvero di coltivare questo mio spazio anche con dei brevi racconti di vite che non ho mai vissuto e che ho intenzione di abitare attraverso personaggi immaginari.  Pubblicherò nei prossimi giorni i primi due racconti che ho creato all’incirca due anni fa e a cui tengo in particolar modo. Spero che vi piacciano ma ancora di più di riuscire a portare a termine quello che mi sono giurata di fare.

La vostra, Sara

Quasi estate

Immagina di ritrovarti in pieno pomeriggio dentro una macchina, non una delle più confortevoli e moderne del mercato ma ti trovi  in una macchina; il cielo non promette bene e l’afa è l’unica cosa che ti ricorda dell’estate alle porte, visto che, con la mascherina e guanti, l’estate ti pare solo un miraggio.

Insomma, ti ritrovi dentro questa macchina in un pomeriggio primaverile, pochi rumori in strada e sei pronto a fare il punto della situazione dopo un mese. Hai presente la prima abitudine abbracciata dopo due mesi di assenza? Ecco, probabilmente è cambiato poco ma sono le sensazioni che non riconosci più; dopo un mese quindi ti trovi in questa macchina, con una mascherina e le cuffie nelle orecchie e sei pronto a riabbracciare di nuovo le tue emozioni dopo trenta giorni.Il tuo psicologo, probabilmente con taccuino e penna nella mano destra-ormai di mancini siamo rimasti io e io-e ti elenca gli aspetti che avevate visto il mese scorso.  Sei pronto a parlare male di te, a regalarti le parole più brutte che potessero uscire da una bocca e a ritenerti un fallito; in questa vettura colorata d’oro, ti viene posta una domanda sulla tua infanzia e con la tua mente, molto contorta, viaggi indietro nel tempo e ti ritrovi accanto alla tua compagna di classe Chiara.

A Chiara piacevano i numeri, le formule e forse anche la storia; a te invece proprio non andavano giù quei segni strani e mentre Chiara risolveva problemi, tu immaginavi mondi diversi. La tua compagna di banco però non digeriva di prendere un otto invece di un dieci, anche se però a te i numeri stavano antipatici e non avevi nulla contro l’otto, ti dispiaceva che lei potesse soffrire per quel piccolo segno. Allora istintivamente cosa hai deciso di fare? Di consolarla e le ripetevi che è umano  sbagliare; ma alla tua maestra non le interessava consolare Chiara, però voleva ricordarti che a tutti era lecito sbagliare, ma non valeva per te che ancora non sapevi le tabelline mentre i tuoi compagni si.

Pensa un po’! Ti sei così tanto legato a questa frase che te la sei poggiata sulla schiena tenendotela stretta per paura che potesse cadere da un momento all’altro, dato che pesa quanto un macigno.

 Vuoi sapere una cosa? Ti stai illudendo perché quella frase non ha un peso di un macigno ma di una piuma, se apri bene gli occhi e ti volti, puoi notare come sei stato preso in giro in tutti questi anni. Devo dirti ancora però un’altra cosa, forse in fondo non ti è mai dispiaciuto continuare a camminare senza scoprire cosa ti stessi portando sulle spalle, hai preferito pensare che potesse essere un macigno senza far affidamento a quello che sapevi tu.

Sai la cosa che amo più di tutto di quando si cresce? Si diventa consapevoli e si smette di lasciare agli altri attribuire il peso di quello che vogliamo metterci sulle spalle. Ti diranno che dovrai portare tanti libri, molte buste, casse d’acqua ma sta a te decidere se continuare a guardarle come macigni o come piume.

Ferma

Domenica 29 marzo 2020,

Cari Lettori,

Stamattina non è stato un bel buongiorno, non è iniziata lentamente come cerco di fare ogni giorno per dedicarmi un momento in più in questo periodo non facile per nessuno. Il mio bel buongiorno accompagnato da un momento no, la realtà sbattuta in faccia e il dover affrontare una situazione dentro un altra situazione chiamata quarantena. Ho sempre raccontato il mio rapporto con la natura, il mio amore per le passeggiate e come è terapeutico per me passare ore a passeggiare. In questo momento invece devo riorganizzare il mio modo di affrontare un momento, un periodo no.

Questa terza settimana di reclusione è quella che sto accusando, dove sempre più domande si insinuano nella mia testa, domande alla quale non so darmi una risposta. Inizi a riflettere sul tempo, su quello che stai vivendo ma che non riesci a concretizzare con le parole, restano semplici pensieri sparsi nella tua testa. Forse è in questa terza settimana che ho iniziato a realizzare veramente quello che sta accadendo, la settimana nel quale ho ricevuto uno schiaffo da tutto quello che sta accadendo, da queste pareti che ormai conosco alla perfezione.

Una pandemia a colpi di hashtag con su scritto “iorestocasa” ma forse la cosa che mi ha colpito di più, è l’invito a non stare fermi, trovare sempre qualcosa da fare, coltivare i propri hobby e svilupparne di nuovi. Ho iniziato a riflettere e a chiedermi perché abbiamo sempre questo bisogno di fare qualcosa, di muoverci e non fermarci; Un tempo dove si ha possibilità di restare fermi, seduti su una sedia, sdraiati su un letto, fuori in balcone a fissare il cielo. Invece no! devi muoverti, non puoi restare indietro anche se si tratta di restare a casa.

Invece io ho scelto di regalarmi questa staticità, ho deciso di restare ferma e lasciare andare i miei pensieri, trovare una soluzione a tutto questo, lasciare che sia la mia testa a muoversi in questo tempo sospeso.

Forse è l’articolo meno sensato di tutti ma avevo bisogno di scrivere, di respirare e lasciarmi andare.

Vostra, Sara.

Una quarantena tra le pareti della propria testa.

Questo è il titolo con il quale ho deciso di aprire il capitolo, uno nuovo dopo mesi.

Cari miei lettori,

Vi sto scrivendo da dentro le mie quattro pareti di casa, le quattro dove dovrò stare per un po’ di tempo. Non mi interessa parlare del Coronavirus, esprimere il mio pensiero, scrivere una carrellata di numeri dei morti, proprio no. Ma di come l’ho presa, di come dopo sette giorni la sto affrontando e di quello che sento. Non scriverò che l’ho presa come una nuova sfida o che ho più tempo per me e insomma tutte cose che girano su instangram, twitter, ecc.

Paura. La mia prima emozione posso associarla alla paura. Per cosa? Per il virus? O anche per altro?

Non ho mai nascosto il mio rapporto problematico con il cibo, con la bilancia e il mio attaccamento alla palestra. Il mio primo pensiero è stato: come perdo calorie? Come mi alleno? Mi farò schifo senza poter fare nulla. Mi sono vista come solo un essere che vale per quello che perde, per il suo fisico sempre perfetto e per non perdere mai un allenamento. Ho perso le lunghe camminate, la mia soddisfazione dopo aver preso pesi alti, la mia gioia dopo gli sgarri e ora cosa mi è rimasto? Non respiro, piango, mi distraggo ma ci penso continuamente; penso a quando finalmente potrò tornare alla normalità, a questo tempo indefinito, infinito.

Io non sono prigioniera della mia casa, della mia famiglia, della mia nuova routine ma della mia testa, delle mie paure, delle mie ansie e del mio rapporto con l’alimentazione. Oggi è la giornata del fiochetto lilla e ancora di più sento questi disturbi vicino a me, quasi che mi stringono forte e non potevo non scrivere quello che sento.

Ma il mio psicologo, l’altro giorno nella nostra seduta mensile ma a distanza, mi ha chiesto come volessi affrontare questa quarantena: piangendomi addosso contando giorni incerti o affrontandola cercando di fare cose nuove, trovare il modo per continuare a coltivare la mia passione per lo sport e impegnandomi nello studio? Ovviamente abbiamo visto insieme anche come poter affrontare questi pensieri negativi. Ma in questi giorni ho continuato a lamentarmi, leggere in continuazione notizie, restare fissa sulle mie paure ma senza andare troppo oltre. Da oggi ho deciso di voler lasciare veramente il mondo fuori, prendermi cura di me e godendomi quello che ho e quello che avrò.

Passeranno 20 giorni, un mese, due mesi, non lo so ma sarà veramente bellissimo tornare alla normalità ma questa volta con più consapevolezza di me, di chi ho attorno e di quanto è bello prendere solo un cappuccino al mio solito bar.

Vi abbraccio fortissimo, scriverò tantissimo e affronterò questa quarantena coltivando anche questo mio piccolo spazio.

Vostra, Sara.

Immagi-canzone

22 e 36, 14 gennaio

Lover Of The Light dei Mumford And Sons nelle cuffie (consiglio di passare ad ascoltarli che meritano). Ho cercato il testo, un po’ per distrarmi dai pensieri negativi che mi sono venuti a trovare come un fiume a ciel sereno ma anche per soddisfare la mia curiosità; e alla fine ho tratto la mia interpretazione-magari anche diversissima dal significato effettivo del testo- estrapolando solamente alcune delle parti che mi hanno colpito di più.

E nel bel mezzo della notte Potrei guardarti andare via”

La voce del cantante entra delicatamente, discretamente, accompagnato dal suono di dolci corde di una chitarra.

Ma dove sei andata, bambina?

Non ci sarà nessun valore nella forza dei muri che ho alzato non ci sarà conforto nell’ombra Ma mi piacerebbe essere tuo se vuoi essere il mio.”

Nelle parole che mi ha lasciato mi rispecchio molto; come se lei fosse me e io fossi lei.

Bambina sconosciuta, quanti muri hai alzato? Quante volte ti sei illusa che il conforto lo avresti trovato nel tuo lato oscuro? Quante volte ti hanno fatto credere così?

Ma poi torna, con il suo sguardo affamato di curiosità e il suo spento sorriso. Non sei un po’ piccola per non abbracciare la spensieratezza dei tuoi anni? Un po’ dovrei farlo anche io con i miei anni, come non darti ragione. Si sta avvicinando timidamente, con la testa bassa e le mani in tasca ma una la svela per stringere la mia.

Stendi la mia vita
e cucila tu
prendi cosa ti piace
Ma chiudi le mie orecchie e i miei occhi
Guardami crollare più e più volte
.”

Ho sbagliato
Costruisci la tua torre
ma chiami casa
e costruirò un trono
e non piangerò mai più
.”

Le sorrido calorosamente ricambiandole la stretta; mi sta chiedendo se può affidarsi a me, sentirsi al sicuro nel mio porto.

Non so che dire. Come può essere al sicuro in un posto che non è a norma di sicurezza? Dove tutto potrebbe causare drammi da un momento all’altro? Devo chiuderlo, mettere in sicurezza le persone che ci lavorano prima che la prossima tempesta possa portarmi via anche loro oltre che questi stupidi oggetti.

Insiste, mi sussurra che andrà tutto bene; affidarsi all’ignoto è la soluzione per sistemare il porto e farlo tornare a essere popolare come quella volta che ero felice, eravamo felici. La bambina è me, io sono la bambina e mi chiede solamente di non odiarla per poter amare la ragazza che è diventata ora.

Così amore l’unico che abbracci
e sarò il tuo goal
da avere e da abbracciare
Un amante della luce

Così amore l’unico che abbracci
e sarò il tuo goal
da avere e da abbraccciare
Un amante della luce

Buon 2020

22 e 14, lunedì 6 gennaio 2020

Mi sento piena, sono sazia, ho mangiato troppo, che tragedia! In queste feste ho perso il controllo, mi sono lasciata andare, sono ingrassata. Pochi giorni e i risultati dell’esame usciranno, che ansia! Ho rovinato tutto, mi odio! Ho 21 anni, non ho ancora un lavoro, sono lenta a studiare, sono un fallimento! Non sto respirando, l’aria è pesante, la Tv di sottofondo, mia madre che ride.

Hai presente quella sensazione di apnea? Mio caro lettore, conosci questo sentimento? Forse anche tu che stai leggendo mentre sei sospeso in questo vuoto dentro la tua testa, provi lo stesso. Non ci sono vittime e carnefici, conflitto e pace, ci sei solo tu che cerchi una via di fuga per tornare alla realtà. Tu sei proprio come, perso in te.

Solo sei giorni fa si ballava, mangiava e festeggiava ma cosa? Un desiderio di cambiamento, speranza che ventiquattro ore già sono battuti dalla dura realtà. Il mondo non permette di sognare, adesso non ho voglia di sperare e va bene così.

Ho sempre odiato la nostalgia, la malinconia e la tristezza. Mi son sempre chiesta, a cosa serve? Perché bisogna provare anche emozioni negative? Ma invece di respingerle, oggi le stringo, ci ballo e gioco. Stasera sono le mie più grandi amiche, le mie complici e le amo come sorelle.

Cari lettori, la mia intenzione era quella di “tornare” con un articolo per inaugurare il nuovo anno, lasciare messaggi positivi e raccontare cose belle invece non va sempre tutto bene ma va bene così,

Va bene così.

Vostra, Sara.